Star Wars is dead! Long live Space Balls!

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana… un giovane visionario californiano si ispirò alla mitologia greca e al cinema di Kurosawa – tra le mille altre fonti – per dare vita a una saga spaziale avventurosa e soprattutto drammatica. Quarant’anni più tardi, l’avventura è ormai morta e, delitto ben più grave, il dramma è diventato commedia. Gli ultimi jedi, scritto e diretto da Rian Johnson, ambisce a rivoluzionare la saga, ma a dispetto delle buone intenzioni e delle ottime idee, finisce per tradirne lo spirito e deridere i vecchi fan.

Il film ricalca in parte L’impero colpisce ancora. La trama, infatti, si svolge prevalentemente lungo due linee narrative: mentre il Primo Ordine insegue senza sosta la flotta della Ribellione (ops! Volevamo dire la Resistenza), Rey inizia a imparare le vie della Forza grazie, o forse dovremmo dire nonostante, Luke Skywalker. Le due linee si uniscono quando Rey si separa da Luke per affrontare Kylo Ren. Lo schema narrativo, dunque, è il medesimo dell’Impero colpisce ancora ovvero un lungo inseguimento tra navi spaziali da una parte e l’incontro del discepolo con il maestro dall’altra. Rian Johnson, tuttavia, fa suo questo schema per poi sovvertirlo completamente.

Nell’Impero colpisce ancora assistiamo a un inseguimento puramente spettacolare. Buoni da una parte, cattivi dall’altra, colpi di scena e manovre mozzafiato… Negli Ultimi jedi, al contrario, l’inseguimento ha ben poco di spettacolare, anzi è piuttosto statico. Il regista preferisce creare la tensione in modi più sottili. La flotta ribelle è a corto di carburante ed è solo questione di tempo prima che venga annientata dal nemico. A questa corsa contro il tempo si aggiunge l’insubordinazione e l’ammutinamento di Poe Dameron, che non solo mostra un lato più realistico della della Ribellione (cioè della Resistenza, pardon), ma spinge lo spettatore a concentrarsi più sulle scelte dei buoni che sull’inseguimento in sé.

Nella seconda linea narrativa, Johnson compie scelte ancora più sovversive. Innanzitutto, il rapporto discepolo-maestro è piuttosto tormentato. Inizialmente Luke non ha alcuna intenzione di accettare Rey come discepola e quando infine cede il suo cuore è comunque ricolmo di dubbi. Avendo fallito nell’addestrare Ben Solo, egli dubita delle proprie capacità di maestro e soprattutto teme il Lato Oscuro della Forza. Inoltre, in una delle scene più interessanti non esita ad affermare che la superbia impedì ai Jedi di evitare l’ascesa di Dart Sidius e l’avvento dell’Impero, dichiarando apertamente di non credere più nell’Ordine dei Jedi. Infine, svela di aver involontariamente contribuito al passaggio al Lato Oscuro di Ben Solo. Avendo percepito in lui il male, Luke cede per un breve istante alla tentazione di ucciderlo, finendo tuttavia per suscitare nel fragile nipote un incontrollabile moto di paura, ira, odio, ovvero tutte le emozioni che conducono al Lato Oscuro. Quando Rey incontra Luke, quest’ultimo è ancora tormentato dal senso di colpa. Sarà proprio Rey, capovolgendo il cliché, a risvegliare il maestro, che alla fine ritorna dal suo esilio volontario nel momento più topico della vicenda. La crisi mistica di Luke è certamente l’aspetto più interessante e innovativo degli Ultimi jedi. Se pensiamo al rapporto Luke-Yoda nell’Impero colpisce ancora, non possiamo non renderci conto che ne siamo lontani mille parsec.

Uno dei colpi di scena più importanti del film è la morte di Snoke. Nel Risveglio della Forza, J.J. Abrams aveva impostato la nuova trilogia su un altro confronto tra Jedi e Sith (o ciò che ne rimane), con Snoke nella parte che fu di Dart Sidius. Johnson decide di stravolgere tutto eliminando subito Snoke, ottenendo così un duplice effetto. Da una parte scongiura (speriamo!) il rischio che l’Episodio IX sia il remake del Ritorno dello jedi, dall’altra rende Rey e Kylo Ren i veri protagonisti dello scontro tra Lato Chiaro e Lato Oscuro. La morte di Snoke è la massima rappresentazione della volontà di Johnson di rinnovare la saga, osando e rischiando molto più di J.J. Abrams. Le parole di Kylo Ren nella scena in cui tenta di convincere Rey a unirsi a lui sono emblematiche del pensiero di Johnson: «Ciò che è vecchio deve morire». Sembra che a parlare sia proprio il regista. Il messaggio era diretto ad Abrams ma soprattutto ai fan storici.

Se il suo proposito era rinnovare la saga, Johnson ha certamente avuto successo. La Forza non è più appannaggio dei Jedi, il cui ordine rinascerà in una forma completamente nuova o forse non rinascerà affatto. Sappiamo che Rey ha trafugato (o salvato, se preferite) i testi fondativi dell’Ordine dei Jedi, ma è lecito pensare alla fine dell’Episodio IX assisteremo alla nascita di una nuova era nella Forza. Rey sembra essere venuta dal nulla (è d’obbligo dire “sembra” perché non sappiamo se Johnson abbia voluto giocare con le aspettative dello spettatore o abbia effettivamente messo fine alla questione delle origini di Rey, che era di fatto l’aspetto più interessante del Risveglio della Forza) e altri nella galassia sembrano in grado di usare la Forza senza aver ricevuto un addestramento (questo lascia intuire l’ultimissima scena, nella quale vediamo un bambino muovere gli oggetti con la Forza). L’Ordine dei Jedi, dunque, era solo un modo di interpretare la Forza, non necessariamente l’unico e non necessariamente il più giusto. La Forza si manifesta indipendentemente dai Jedi, ai quali certamente non appartiene, come afferma lo stesso Luke mentre istruisce Rey. Tutto ciò lascia intravedere sviluppi molto promettenti per il finale della saga. Speriamo solo che J.J. Abrams non butti a mare il lavoro di Johnson…

La morte di Snoke, dicevamo, ha fatto di Kylo Ren l’unico antagonista. A nostro avviso, Kylo Ren rimane il peccato originale di questa nuova trilogia, ma negli Ultimi Jedi Johnson riesce a dargli un po’ più di spessore. Ancora una volta, quando Snoke gli ordina di disfarsi di «quella stupida maschera», sembra che a parlare sia proprio Johnson (chissà cosa avrà pensato Abrams…?). Anche senza maschera, tuttavia, Kylo rimane un personaggio a due dimensioni. Johnson prova ad approfondirne la psicologia, ma con scarso successo. Alla fine Kylo Ren rimane un personaggio in bilico tra Bene e Male, ma in modo superficiale. Nella sequenza iniziale Kylo sta per fare fuoco sulla nave a bordo della quale percepisce la presenza della madre. Còlto dai dubbi, decide di non aprire fuoco, ma al tempo stesso non impedisce ai suoi caccia di appoggio di sparare. Questa scena aveva il potenziale di interessanti risvolti psicologici, ma nel resto della vicenda non vi si fa più alcun cenno.

La trama, in realtà, ha diversi punti deboli. Quando il ponte di comando della nave ammiraglia della flotta ribelle (vabbè, della Resistenza) esplode, Leia sopravvive inspiegabilmente all’esplosione ma viene risucchiata nello spazio. Anche qui, tuttavia, sopravvive inspiegabilmente. In uno stato di incoscienza in cui il suo corpo è praticamente congelato, usando la Forza muove il proprio corpo verso la nave, passa attraverso lo squarcio nella plancia e rientra nella nave, dove poi viene soccorsa. Rimarrà in coma per quasi due ore di film. Inspiegabilmente si risveglierà senza la minima conseguenza. A questo punto, ci si aspetterebbe un ruolo determinante nella parte finale del film. Al contrario, non fa praticamente nulla se non lasciare il comando a Poe Dameron. Ora, la scena in cui Leia fluttua nello spazio fa semplicemente rabbrividire. Non è solo priva di senso, ma è anche esteticamente orribile (non a caso girano diversi meme in cui viene paragonata a Mary Poppins o Superman). Inoltre, viene da domandarsi come e quando Leia abbia imparato a usare la Forza in questo modo. Intendiamoci, va più che bene che Leia sappia usare la Forza, ma vorremmo sapere quando e come è successo piuttosto che scoprirlo così. Un’altra possibilità malamente sfruttata.

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L’altro grande punto debole è la sottotrama che riguarda Finn e Rose. Semplicemente, è inutile e noiosa. La sequenza del casinò, poi, è imbarazzante. La saga è fatta di archetipi, miti e forze mistiche, parlare di capitalisti e mercanti d’armi senza scrupoli che speculano sulla guerra e vendono armi sia ai buoni che ai cattivi è contrario all’impianto morale della saga. Star Wars si fonda su una lotta manichea tra Lato Chiaro e Lato Oscuro. Sebbene essi appartengano alla Forza in egual misura, non vi sono dubbi su quale sia il Male e quale il Bene. Quando il personaggio interpretato da Benicio Del Toro, DJ, mostra a Finn che la guerra è un affare per i mercanti d’armi e che non importa da quale parte si stia, le basi morali della saga vengono minate. È certamente vero che Lato Chiaro e Lato Oscuro sono indissolubilmente legati e l’uno è parte dell’altro, ma l’Impero e il Nuovo Ordine sono i cattivi, la Ribellione e la Resistenza sono i buoni. Sembra che Johnson volesse rendere la saga più realistica introducendo nuove sfumature. Ma Star Wars è fantasy e non c’è alcun bisogno di realismo. O meglio, se il realismo consiste nell’ammutinamento di un pilota restio alla gerarchia e alla tattica, poco male, ma con la lezione cinica di DJ si è passato il segno.

Siamo infine giunti alla nota più dolente degli Ultimi Jedi. Sin qui abbiamo evidenziato i molti pregi e difetti del film, cercando di mostrare come le ottime idee e intuizioni di Johnson siano state in qualche modo vanificate o mortificate da pessime decisioni, sul piano narrativo ma anche ideologico. Il nostro giudizio su questo nuovo episodio, tuttavia, dipende soprattutto dall’eccessiva presenza di gag e battute. All’inizio abbiamo affermato che il dramma si è fatto commedia. Chiariamo subito di essere consapevoli che la comicità ha sempre trovato spazio nella saga. Anche se non sempre con esiti felici, i momenti comici non sono mai mancati. Con Gli utlimi Jedi, tuttavia, la quantità è aumentata a dismisura e la qualità è peggiorata drasticamente. Praticamente ogni sequenza, ogni scena, ogni dialogo contengono una gag o una battuta di grana molto grossa o di un registro inappropriato per la saga. Alcune si salvano, certo, ma altre sono tremendamente stupide o dissonanti. Se il nido dei porg nel Millennium Falcon fa sorridere, la presenza delle governanti in grembiule bianco sull’isola che Luke ha eletto a suo eremo sono infantili più di Jar Jar Binks. Durante la battaglia finale, il Millennium Falcon si separa dal gruppo per attirare su di sé i caccia nemici. In quel momento Finn esclama: «La odiano quella nave!». Una battuta semplice, sottile ed efficace e che suscita un sorriso nei fan storici. Niente a che vedere con Rey che chiede a Kylo Ren di mettersi qualcosa addosso mentre le loro menti sono connesse mediante la Forza e i due si accingono ad avere un dialogo ricco di tensione. È una battuta da commedia romantica, senza una reale giustificazione narrativa (Kylo Ren è a torso nudo senza motivo) ed è stata pensata solo per suscitare una gran risata (nel peggiore dei casi). La Forza è una cosa seria. Perché ridicolizzarla? La saga è una cosa seria, perché ridicolizzarla? Gli esempi sono innumerevoli, ma vorremmo citarne solamente altri due, che riteniamo particolarmente gravi. Nell’ultima parte del film, Luke e Leia si incontrano finalmente dopo anni (sono passati anni anche per noi che li abbiamo visti insieme per l’ultima volta alla fine del Ritorno dello Jedi). Le loro prime parole? Riguardano l’acconciatura di Leia. In sottofondo uno dei brani musicali più belli della saga. Semplicemente inaccettabile. Infine, il ferro da stiro. Personalmente lo abbiamo trovato non solo terribilmente inappropriato, ma addirittura offensivo. Ci siamo domandati: «Rian Johnson, a che gioco stai giocando?! Ci stai prendendo in giro?!». La scena è degna di Space Balls, che amiamo perché è una parodia di Star Wars. Lo ribadiamo, se Rian Johnson ha rivoluzionato la saga con intuizioni da fuoriclasse, dall’altra parte crediamo che ne abbia ucciso lo spirito con battute e gag da quattro soldi.

Gli ultimi Jedi non è certo il peggior film della saga, intendiamoci. Non ci prendiamo nemmeno la briga di citare la Minaccia fantasma. Questo nuovo capitolo, tuttavia, è forse ancor più deludente perché mostra il potenziale per un grande film ma finisce per essere un’occasione mancata. Col tempo forse riusciremo ad apprezzare le idee migliori e tralasciare il superfluo, come Luke che munge. Il finale del film merita un grande applauso. Il momento più emozionante è sicuramente quando Luke abbandona il proprio corpo per trasformarsi nella Forza mentre due soli tramontano sul pianeta dove aveva scelto di esiliarsi. La scena conclude la vicenda del «giovane Skywalker», come Yoda si diverte a chiamarlo, in modo circolare, citando la scena (anche la musica è la stessa) del doppio tramonto in Una nuova speranza, la più rappresentativa del personaggio e certamente una delle più apprezzate della saga (a riprenderla fu lo stesso Lucas alla fine dell’Episodio III). Chapeau! (Comunque il ferro da stiro non lo dimenticheremo tanto presto…)

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L’estenuante vacuità di Blade Runner 2049

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In una famosa scena del Sorpasso (Dino Risi, 1962) l’esuberante e cialtrone Bruno (Vittorio Gassman) domanda al timido e introverso Roberto (Jean-Louis Trintignant): «L’hai visto l’Eclisse [di Antonioni]?». L’altro, animato improvvisamente dall’inaspettata domanda di carattere intellettuale e impegnato, comincia a rispondere con il piglio di chi si accinge a fare una riflessione profonda, ma Bruno lo interrompe immediatamente: «Io c’ho dormito. Na bella pennichella». Ecco, questa è la sintesi del mio pensiero su Blade Runner 2049. La critica, al contrario, lo ha accolto molto favorevolmente. Mediterò, dunque, ma il mio primo giudizio è questo: due ore e quarantasei minuti di noia.

Quando a suo tempo seppi che avrebbero girato il seguito di Blade Runner fui piuttosto contrariato. Prendere un film come quello – un grande film, sia chiaro! – e volerne raccontare il seguito è come voler dipingere intorno alla Gioconda. È una sfida impossibile, ma soprattutto inutile. Sin dall’apparire del film all’orizzonte sono stato dunque estremamente e volutamente scettico. L’approssimarsi dell’uscita, poi, non ha fatto altro che accrescere il mio scetticismo, così quando ho preso posto in sala il primo giorno di programmazione non avevo praticamente alcuna aspettativa. Con premesse simili era davvero difficile rimanere delusi.

Il film, a essere onesti, non è un completo fallimento. Sono convinto che riveli, in fondo, un indubbio intento artistico, per così dire. Appare chiaro, infatti, che gli autori (produttore, regista, sceneggiatori) fossero realmente determinati a dare vita a un’opera seria e soprattutto coerente con l’originale. L’azione, per esempio, è molto dosata, quasi distillata (non è un film con tanti botti, insomma); la trama è piuttosto semplice e lineare e molte scene sono dilatate per consentire al dialogo di esplorare tutti i significati di quel particolare frangente; le scene di raccordo sono sostanzialmente intermezzi visivo-musicali decisamente suggestivi. Queste caratteristiche sono indubbiamente comuni a Blade Runner. Quest’ultimo, però, aveva una poesia e una perfezione che Blade Runner 2049 proprio non ha.

Se ridotta all’osso, la trama è la stessa – un blade runner, l’agente K (no, non quello di Men in Black) deve scovare e ritirare gli ultimi replicanti fuorilegge. Il primo film, tuttavia, era fondamentalmente un noir fantascientifico nel quale la caccia ai replicanti era essa stessa una cupa rappresentazione di un futuro in cui l’uomo non è più solo distruttore della natura, ma addirittura carnefice delle sue stesse creature, la cui esistenza è ancor più misera di quella dell’uomo stesso. Blade Runner 2049, al contrario, sembra più un giallo nel quale ogni indizio porta a nuove scoperte e susseguenti colpi di scena. Il film si perde innanzitutto in questa differenza di genere, a mio parere.

Un’altra sostanziale differenza è nella rappresentazione dei replicanti. Nel film di Scott appaiono come creature malinconiche ed emotivamente fragili che tentano disperatamente di sopravvivere al loro ineluttabile destino (la durata della loro esistenza è limitata a quattro anni). Nel film di Villeneuve, invece, i replicanti non hanno una data di termine e possono dunque conoscere la vecchiaia e le sofferenze causate dall’esistenza stessa, come il dolore per la morte altrui. In entrambi i film i replicanti sono schiavi e reietti alla ricerca della libertà. Questa ricerca, tuttavia, ha fini molto diversi. In Blade Runner i replicanti vogliono liberarsi dalla morte imposta loro dall’uomo; in Blade Runner 2049 vogliono liberarsi dall’oppressione dell’uomo per fondare una società nuova.

Oltre alla poesia, a Blade Runner 2049 fa difetto anche l’originalità. Personalmente la storia mi pare un po’ insulsa: si tratta, in fondo, della solita ribellione nel futuro. Un film su tutti mi viene in mente. Le differenze sono infinite, ma le poche similitudini mi sembrano più rilevanti e pertinenti. Mi riferisco a Io, robot (Alex Proyas, 2004). Indagando su un omicidio, un detective che odia i robot si imbatte in un robot che obbedisce alle tre leggi della robotica ma possiede anche il libero arbitrio, è in grado di sognare e sa esprimersi come individuo. Si tratta di un robot rivoluzionario, tecnicamente e politicamente. In Blade Runner 2049, K (no, non quello del Processo di Kafka) scopre che i replicanti sono in grado di riprodursi, un atto rivoluzionario che sancisce l’indipendenza dall’uomo (similmente al libero arbitrio nei robot) e costituisce l’inizio di una lotta per la conquista della libertà.

Ancora sulla banalità del film: pensiamo al personaggio interpretato da Jared Leto, Wallace. Non è altro che un avido capo d’azienda che mira solo ad espandere il proprio impero e per questo è disposto ad uccidere (o ritirare, dipende…). Tyrell, tutto sommato, non appare molto diverso, moralmente ed eticamente. È ugualmente a capo di un’industria che realizza profitti sfruttando i replicanti, ma non è il cattivo della storia (non in senso proprio). Compare in due sole scene: in una fa quasi da spettatore, nell’altra muore per mano di un replicante che lo chiama padre. Wallace, al contrario, incide sulla storia, non solo dal punto di narrativo ma anche da quello semantico. Banalizza la vicenda, riducendola a un fatto di sporchi soldi. È qui che la poesia di Blade Runner, un’elegia sull’infelicità della vita artificiale, si smarrisce una volta di più.

Concludendo sulla banalità: la pioggia, le insegne della PanAm e dell’Atari, le foto come chiave dell’indagine, «Esalta… stop!», Gaff (Edward James Olmos) che fa gli origami. Forse volevano essere degli omaggi al primo Blade Runner, forse sono semplicemente elementi di un medesimo universo narrativo, ma alla fine danno solo l’impressione di un gran déjà-vu.

L’unico guizzo di originalità in Blade Runner 2049 è forse il rapporto tra K e l’intelligenza artificiale che vive nel suo appartamento, Joi. Anche qui si intuisce che gli autori hanno cercato di approfondire uno dei temi centrali del primo film, ma sembrano essersi compiaciuti dell’idea, finendo per indugiarvi troppo a lungo.

In conclusione, nonostante le buonissime intenzioni Blade Runner 2049 è un film lento, vuoto e noioso. Una durata più contenuta avrebbe sicuramente giovato al film, ma i difetti di fondo sarebbero comunque rimasti. Visivamente è un’esperienza notevole, ma è troppo poco per sorbirsi quasi tre ore di film.

Ultimissima considerazione. Per fortuna che il film non ha visto una reale partecipazione di Ridley Scott. Avremmo rischiato un disastro in stile Prometheus o peggio (Alien Covenant).

Domanda finale: ma Elvis Prestley era proprio necessario?!

Extra: la scena del Sorpasso citata all’inizio si può vedere qui.

 

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